Nell’Indice veneziano del Della Casa (1549), dopo i 19 maggiori esponenti del movimento riformatore europeo, le cui opere vengono condannate e proibite, troviamo a seguire un piccolo gruppo di quattro “eretici” italiani, tra cui Bernardino Ochino, Pietro Martire Vermigli, Giulio da Milano e Girolamo Savonese (uno pseudonimo di Giulio). Questa associazione di Giulio Della Rovere a figure certamente più conosciute, come Ochino e Vermigli, può sorprendere ma sta ad indicarne l’importanza sia sotto il profilo bibliografico che biografico. Ragion per cui non appare inopportuno focalizzare la nostra attenzione su di lui.
Giuseppe Della Rovere nasce a Milano nel 1504 da Stefano e da Caterina de Omaggio. Tra il 1520 e il 1522 entra nell’ordine degli eremitani di s. Agostino ove assume il nome di Giulio. La sua formazione ha luogo a Padova negli anni 1527-28 e 1530-31 per poi risiedere nel convento di Bologna e con il grado di lettore insegnarvi filosofia e teologia. In quella città viene a condividere con altri eremitani (Ortensio Lando e Ambrogio Cavalli) le posizioni di Erasmo, entrando in contatto con il gruppo erasmiano che si andava organizzando in città (Eusebio e Camillo Renato ed altri). Tra il 1533 e il 1535 Giulio risiede nel convento di s. Agostino di Pavia e stringe un rapporto di amicizia col maestro Agostino Mainardi (1482-1563), priore del convento eremitano di s. Mustiola a Pavia, che di Giulio ne influenzò le future scelte riformate. Dopo aver conseguito il grado di maestro Giulio incomincia a predicare nel 1530, ma solo negli anni 1536-37 iniziò a palesare le posizioni dottrinali di adesione alle idee della Riforma protestante. Le predicazioni quaresimali del nostro in città diverse e con questo ordine cronologico: Tortona 1537, Bologna 1538, Monza 1539, Trieste avvento 1540, Venezia 1541, sono state pubblicate a stampa in due volumi, entrambi prima del 1547, e racchiudono complessivamente 48 prediche per circa 1050 pagine. Si tratta del primo e quasi unico testo che contenga il quaresimale completo di un predicatore che aveva fatto parte della Riforma italiana. Esse rappresentano un corpus di dottrine teologiche e lo sviluppo di un insegnamento completo e complesso di notevole interesse. In particolare é nostro intento soffermarci sull’attenzione dell’inquisizione a seguito di tali prediche quaresimali a far luogo dalla città di Bologna. La sua predicazione quaresimale vide un gran numero di uditori e una violenta reazione per le posizioni dottrinali espresse da Giulio. Tanto che prima della fine della quaresima gli fu impedito di predicare oltre e venne espulso dalla città il giorno di Pasqua del 1538. Nell’inverno di quello stesso anno Giulio, sotto mentite spoglie civili, fece ritorno in città per essere ospitato dal suo amico medico Prospero Calani.

La chiesa evangelica di Poschiavo dove
Giulio della Rovere fu pastore dal 1547 al 1581

Più dure conseguenze vi furono a seguito del quaresimale del 1541 nella chiesa di S. Cassiano a Venezia. Il nostro fu prima incarcerato e a seguito processato e condannato a un anno di prigionia, per la sua azione di proselitismo di tendenza eterodossa verso ambienti religiosi e laici. Fu poi costretto ad una pubblica abiura dei suoi errori dottrinali nel gennaio 1542. L’anno successivo, terminata la detenzione egli dovette fuggire e riparare nei Grigioni per diventare prima pastore di Vicosoprano e poi, a partire dal 1547, della comunità riformata di Poschiavo, ove eserciterà il suo ministero di pastore calvinista sino alla morte avvenuta in Tirano nel 1581, località in cui visse con la moglie Felicita e il figlio Teodoro. Dobbiamo dire che negli anni italiani nel corso della sua attività di predicatore “criptoriformato” Giulio raccolse intorno a sé e fu capace di animare vere e proprie comunità di “nuovi credenti” nelle città di Bologna, Trieste e Venezia. In quest’ultima città vi fu un nutrito gruppo di esponenti delle più nobili famiglie della Serenissima che lo appoggiavano anche finanziariamente. Inoltre intrattenne una fitta corrispondenza con correligionari e simpatizzanti laici e religiosi residenti in numerose città italiane, tra cui anche Milano.  Mentre era già in esilio, nel 1551 Giulio compie uno spericolato viaggio nella città di Ferrara per predicare la quaresima alla duchessa Renata d’Este e al suo circolo di orientamento calvinista. Finita la quaresima egli fu sostituito dalla moglie Felicita per un’azione di proselitismo nel circolo di Renata sino a Natale di quell’anno. Data la sua collocazione geografica nei Grigioni, molti transfughi italiani per motivi di religione erano costretti a passare per quei luoghi, pertanto a volte Giulio si trovò in una posizione quasi di ‘informatore di Calvino’. Sarà il nostro infatti a fare avere a Calvino il testo di Giorgio Siculo e altre informazioni per una confutazione delle tesi di questi. Come abbiamo detto egli subì nel 1541 il primo grosso processo della storia inquisitoriale veneziana, e tra i libri che gli vennero sequestrati diversi testi di Erasmo, di Bullinger, Calvino, Melantone e altri.  Sarà utile fare qualche cenno sulla predicazione del nostro, la quale si distanzia, nella forma e nei contenuti da quella tradizionale del tempo, con le sue perorazioni parenetiche, l’invito pressante alla penitenza e la ricchezza di artifici retorici. Diversamente, al centro della predica di Giulio vi è la spiegazione del Vangelo, articolata attraverso un rigoroso e approfondito ragionamento teologico, per un popolo che conosce, apprezza e capisce la teologia e le sue dottrine. Nella predicazione di Giulio tutti i temi più importanti, controversi e difficili del dibattito teologico del tempo vi sono presenti. É possibile pertanto cogliere la distanza tra una tale predicazione e quella messa in campo dai suoi contemporanei in ambito curiale e proto-controriformistici. Il nostro, infatti, nel prendere le distanze da quelli che praticano nell’insegnamento la via della doppia verità , quella per i semplici e quella ristretta alla cerchia dei teologi e degli intellettuali, così risponde agli inquisitori veneziani: “quelli predicatori che predicano la philosophia appresso de mi non sono predicatori evangelici, ma philosophici et quelli che predicano la theologia sono predicatori evangelici.” (A. Tamaro, Assolutismo e municipalismo a Trieste, in Archeografo triestino, s. 3, XVIII (1933), p. 172.) Qualche cenno ora sulle dottrine presenti nelle sue Prediche quaresimali a partire da Tortona e sino a quelle veneziane, le quali costituiscono la risultanza finale di quelle di Tortona, di Bologna e di Trieste. Secondo F. Chabod il Della Rovere già a Tortona nel 1537 deve aver predicato la giustificazione per fede e la predestinazione. Questo fece anche a Bologna nel ‘38 e a Venezia nel ‘41 nel corso della 32° predica , ove ricostruisce lo sviluppo del pensiero che lo ha portato alla confessione della dottrina della giustificazione per fede. In particolare quelle di Venezia sono il risultato coerente e conseguente di una predicazione che si è venuta definendo sia nei contenuti che nello stile in quegli anni (’37-’41). “Certo la dottrina della fede che solo salva, della vanità delle opere umane e della grazia che é donata gratuitamente torna continuamente, quasi ossessivamente in ogni predica… la si incontra in ogni pagina, diventando quasi un ritornello.” (U. Rozzo, Le ‘Prediche’ veneziane di Giulio da Milano (1541), p. 23) Nella sua predicazione “Giulio sceglie la via del ragionamento come mezzo di comunicazione e …nello sviluppo del tema non sono implicate emozioni, esortazioni, minacce o terrori: il peccatore (cioè l’uomo in generale) non viene mai spaventato, ma si cerca di convincerlo dell’infinita bontà di Dio che salva gratuitamente l’uomo.” (U.Rozzo, art.cit., p.24) Nella sua 32° predica sulla giustificazione afferma che “…solo la grazia, sola la fede et solo la morte et la resurrezione de Christo ci giustifica” (106) A riguardo del pensiero di Giulio sui sacramenti, lo storico Ugo Rozzo conclude così: “Penso che una negazione più esplicita e convinta dell’ex opere operato sia difficilmente esprimibile.” (op.cit., p.28) A conclusione é possibile dire che il pensiero di Giulio é fortemente radicato in quello dell’apostolo Paolo e in Agostino, di cui aveva letto le opere più importanti. Il suo debito verso Calvino é espresso attraverso i riferimenti alla sua Istituzione della religione cristiana, che aveva letta e anche diffusa. In una sua predica Giulio, richiamando il pensiero di Calvino, ebbe a dichiarare che Dio opera in due modi per salvare i suoi eletti: c’è un modo interiore col quale li tira a sé e c’è un modo esteriore con la predicazione dell’evangelo.
Nel V° centenario della Riforma protestante (1517-2017), che non deve considerarsi conclusa dato che permangono tutte le ragioni dottrinali che l’hanno generata, si rende quanto mai opportuno ricordare una figura solo in apparenza di second’ordine, come quella dell’ex frate eremitano di s. Agostino. La sua biografia testimonia la durezza del confronto al quale non si è sottratto e la sua bibliografia, in particolare le sue Prediche quaresimali veneziane, rendono conto di un pensiero che si è andato esplicitando sempre più e meglio in chiave riformata: sola Scrittura, solo Cristo, sola grazia, sola fede, solo a Dio la gloria.

Cenni bibliografici E. Comba, Giulio da Milano. Processi e scritti, in La Rivista cristiana, XV (1887); id., G. D., in I nostri protestanti, II, Firenze 1897; G. Capasso, Frá G. da Milano, in Arch. stor. lombardo, XXXVI (1909); U. Rozzo, Le “Prediche” veneziane di G. da Milano (1541), in Boll. della Società di studi valdesi, 152 (1983), pp. 3-30; Id., Sugli scritti di G. da Milano. in Boll. della Soc. di studi valdesi, 134 (1973), pp. 69-85

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