Il termine “Riforma” evoca molto più che un semplice aggiornamento del proprio bagaglio o l’esigenza di un rinnovamento vitale. Essa consiste in una purificazione della dottrina e delle persone, con importanti cadute sociali e culturali, a partire dalla riaffermazione del primato di Dio e della sua legge e della piena sufficienza della persona e dell’opera di Cristo.

Nella storia biblica uomini come Mosè, Giosuè, Ezechia, Giosia, Esdra e Nehemia si sono prodigati per la manifestazione di tali trasformazioni riformatrici. Dopo il periodo apostolico, quello della Riforma del XVI sec. ha visto un ritorno a Dio e alla sua parola come mai prima.

Quasi tutti i paesi d’Europa, con la sola eccezione dell’Italia, sono stati toccati e hanno beneficiato di un tale rinnovamento culturale e spirituale. Per l’Italia si deve parlare piuttosto di antiriforma da parte di un conservatorismo reazionario messo in campo da più soggetti. In primis la presenza oppressiva dell’impero spagnolo di Carlo V volto a imporre la civiltà cattolica in Italia come altrove. Nessuna politica sembrava potesse fare a meno della Spagna e del papato. In secondo luogo la volontà di conservazione dei principati e delle repubbliche esistenti sul nostro territorio, timorosi dinanzi ad ogni mutamento geopolitico. Inoltre vi era l’incapacità dell’aristocrazia di rinunciare al proprio particolare. Tanto che un intellettuale come Francesco Guicciardini ebbe ad ammettere che fu solo la salvaguardia del proprio interesse “particulare” a non farlo stare con Lutero contro la tirannide del clero scellerato del tempo. Vi era sì insofferenza verso il cattolicesimo, ma anche la propensione a salvare la propria corporazione. Infine vi era una situazione culturale generale che, per il fatto di aver già conosciuto l’umanesimo prese le distanze dalla riforma religiosa, fornendo così un elemento ostativo alla sua propagazione sul nostro territorio. Anche l’individualismo tipicamente nostrano ci ha messo del suo impedendo uno spirito di aggregazione e favorendo la frammentazione dottrinale. L’anelito di libertà era come soffocato da questa miopia dottrinale.

Un altro fattore decisivo di cui tener conto era rappresentato dall’azione repressiva della Controriforma, con la riorganizzazione del “Santo Officio della Inquisizione” (1542) e la messa in campo di una politica contro l’unità nazionale, che esaltava l’apparente unità romana e cattolica e nel contempo alimentava l’individualismo.

Tutti questi fattori contribuirono a smorzare sul nascere un movimento di ampia portata e convogliare verso altri paesi europei tante energie spirituali e culturali. Agli storici come Philip Schaff non sfugge il prezzo che il nostro paese (e la cattolicissima Spagna) hanno dovuto pagare in termini di perdita di prestigio. Tanto da far dire a un teologo accorto del nostro tempo che “Se la società italiana sembra ancora refrattaria alle possibilità di rinnovamento, se le coscienze finiscono per sdoppiarsi, se i cervelli devono fuggire per sopravvivere, é plausibile collegarlo a questa mancata Riforma.” (P. Bolognesi)

Gli uomini sono infatti veramente liberi solo se Dio é veramente l’unico Sovrano. Non si tratta solo di tornare alle fonti come voleva l’umanesimo, bisogna tornare al Dio rivelato nella Scrittura. Non serve guardare con invidia ai paesi del nord Europa, se non si è pronti a riconoscere che ciò che noi invidiamo loro è scaturigine di una visione del mondo e della vita della Riforma del XVI sec. Come Esaú, abbiamo barattato la nostra primogenitura, costituita dal pensiero della Riforma, con il piatto di lenticchie rappresentato dalla pesante ipoteca spirituale e culturale del cattolicesimo romano sullo sviluppo del nostro paese.

Nel 2017 ricorre il V° centenario della Riforma, a partire da quel gesto simbolico di Lutero di affiggere al portone della cattedrale di Wittenberg le sue 95 tesi per combattere l’idea che la grazia di Dio sia una conquista umana e non il dono gratuito concesso per la sola grazia, mediante la sola fede nella sola persona di Cristo alla sola gloria di Dio.

Ogni altra lettura del gesto di Lutero è strumentale e fuorviante. Oggi, anche la chiesa romana non rinuncia al tentativo di “cattolicizzare” Lutero e di disinnescare le ragioni tutte bibliche e teologiche della sua azione riformatrice. Per la chiesa di Roma il compito si fa impossibile con il riformatore Giovanni Calvino (1509-1564), il quale, a differenza di Martin Lutero, si è spinto più in profondità nella sua critica al papismo di allora e di oggi, restando immutate le posizioni di detta chiesa che dopo 500 anni cadrebbe ancora sotto la critica serrata e motivata di un Lutero e di un Calvino.

Dopo 500 anni il motto della Riforma resta quello di una ekklesia semper reformanda, mentre quello della chiesa di Roma resta quello di una ekklesia semper edem, dato che si accontenta di aggiornarsi rispetto allo spirito del tempo senza lasciarsi riformare dalle sacre Scritture.

 

Speranzaxmilano si ispira per il proprio pensiero e la propria azione alla comprensione che del messaggio biblico hanno avuto i riformatori del xvi sec. e che hanno saputo esprimere con la sintesi mirabile dei cinque solus: sola Scrittura, sola grazia, sola fede, solo Cristo e al solo Dio la gloria.

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