La scuola che non vuole imparare

Apprendiamo dalla stampa la notizia che l’On. Flora Frate della Commissione Cultura della Camera dei Deputati ha presentato una risoluzione in commissione sugli insegnanti di religione.

Aspettando da cinque mesi che da parte del Miur si battesse “un colpo” e quasi preoccupati dalla lunga attesa, leggiamo ora che sarebbe necessario un provvedimento per stabilizzare gli insegnanti di Religione Cattolica. L’intento è motivato dalla sentenza della Corte di Giustizia Europea che ha dichiarato illegittima la prassi dell’Italia di assumere insegnanti con contratti a termine. E poiché dalla precedente stabilizzazione erano stati esclusi gli insegnanti di IRC, ecco che si avanza questa risoluzione, la quale “…impegna il Governo a valutare la possibilità e la fattibilità di un piano straordinario di assunzione esclusivamente per titoli e per servizio” dei suddetti colleghi, con il relativo ovvio rimando al Concordato, Art. 36 del 1929 (richiamato dall’Art. 9 dell’Accordo che nel 1984 apportò revisioni alla precedente legge).

Se la risoluzione fosse accolta, una sentenza europea giusta e doverosa sarebbe estesa a soggetti particolari, in un contesto istituzionale profondamente deteriorato da decenni di tagli, ritagli, maneggi, riforme e amputazioni, come quello della scuola pubblica italiana.

Premesso che gli insegnanti di Religione Cattolica hanno tutto il diritto di essere tutelati come gli altri, non si capisce come invece debbano godere di privilegi da cui gli altri sono esclusi, dando luogo a una situazione giuridica davvero paradossale. Infatti, a partire dalla Legge 18 luglio 2003, n. 186 che ha istituito l’immissione nei ruoli pubblici degli insegnanti di religione cattolica, questi colleghi entrano in ruolo senza aver superato un pubblico concorso, ma solo avendo ottenuto l’abilitazione del vescovo. E dopo un certo tempo, possono passare automaticamente all’insegnamento delle altre discipline.

Negli ultimi quindici anni il numero complessivo di insegnanti è stato più volte pesantemente ridimensionato, mentre per gli insegnanti di IRC le assunzioni sono state in continuo progressivo aumento. E tutto questo a carico della spesa pubblica di uno Stato “laico”.

Il fatto è che nella revisione del Concordato si fa entrare dalla finestra ciò che è uscito dalla porta. Si riconosce che il cattolicesimo non è più la “religione” dello Stato “laico”, ma si riafferma che “La Repubblica italiana, riconoscendo il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano, continuerà ad assicurare, nel quadro delle finalità della scuola, l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche non universitarie di ogni ordine e grado”. Il modo in cui le parole  “continuerà ad assicurare” sono state interpretate pone a carico della cosa pubblica una gestione e un onere che dovrebbero essere di un altro Stato.

Sono passati 34 anni da quello storico evento, che avrebbe riaffermato la laicità dello Stato già prevista nella Costituzione, anni in cui il modo di vivere e la cultura hanno subito cambiamenti e trasformazioni enormi. La laicità, che pure fa parte del patrimonio storico del popolo italiano, anziché fungere principio regolatore dei rapporti tra le diverse istanze sociali e istituzionali, è stata progressivamente erosa e risucchiata nel connubio esiziale tra Stato e Chiesa. L’indipendenza e sovranità dell’Italia nei confronti del Vaticano è dunque solo una vuota proclamazione che non trova riscontro nei fatti e il principio della separazione tra chiesa e stato è annullato.

I fatti dicono che la società italiana è diventata da tempo una realtà globalizzata, plurale,  multiculturale e multireligiosa. Mentre gli scenari planetari sono profondamente cambiati ed emergono nuove sfide per un futuro a tinte fosche, la scuola ha perso la bussola, a causa di trattamenti che ne hanno snaturato la funzione e la fisionomia. Una voce autorevole nel mondo della scuola ha detto che non si può educare senza una grande visione, ma la nostra scuola arriva al massimo a domani mattina, vive di emergenza, riuscendo a cavarsela spesso grazie alla dedizione e al volontariato di chi ci lavora. La scuola italiana ha bisogno di ben altro che di cattolicesimo, essendo, a parere dei massimi esperti, in forte declino la percezione sociale del suo valore, la qualità delle sue relazioni, le sue prospettive di futuro. Le teste degli alunni e delle alunne vengono forse ben riempite, ma non ben fatte, le aule risuonano di “mantra”, come pace, accoglienza, tolleranza, rispetto per la diversità, parole che in realtà non vengono onorate, perché gli alunni più deboli, i disabili, gli stranieri e i “diversi” continuano a essere discriminati e le norme che tutelano i loro diritti continuano a essere violate. E quell’ ora di religione, che è uscita indenne da tanti stravolgimenti, non è affatto una questione culturale, ma è la perpetuazione di un potere sulle coscienze delle future generazioni di cittadini . La scuola italiana, che nella sua “mission” dovrebbe essere inclusiva e accogliere tutte le diversità espresse da un’utenza estremamente varia e diversificata, non vuole imparare il significato molto concreto della libertà di religione, di pensiero e di coscienza, che si ritrovano nell’idea e nella pratica della laicità.

Per tutte queste ragioni, non possiamo considerare favorevolmente l’iniziativa dell’ Onorevole Flora Frate, ma cogliamo l’occasione di invitare i membri della Commissione cultura ad approfondire seriamente la questione pedagogica, a discernere bene i tempi che corrono, i reali bisogni della scuola pubblica italiana, la situazione degli alunni e degli insegnanti che quotidianamente si spendono sui banchi e sulle cattedre, non promuovendo interventi miopi e di parte, ma con lungimiranza adottando misure per il vero bene di tutti i  futuri cittadini.

Comitato Insegnanti Evangelici Italiani

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