Sabato mattina 11 maggio 2013, il quartiere Niguarda è scosso dall’omicidio di tre persone e dal ferimento di altre 2 da un uomo armato di piccone. Era senza casa, un uomo privato di riposo e cibo, che in quel momento obbediva a voci cattive che sentiva nella sua testa.

Questa riflessione vuole essere una risposta ai molti che fanno fatica a trovare un senso in quello che è accaduto. Ci sono state simili tragedie nel mondo. È vero. Ma non le possiamo classificare su una scala di dolore. Non si può dire che il livello di tragedia di piazza Fontana del 1969 fosse più o meno alto di ciò che è accaduto a Niguarda. Per chi è coinvolto emotivamente il dolore è identico. Non serve provare a bilanciare la propria sofferenza comparandola a quella degl’altri. Anche il dolore di persone a noi sconosciute non ci lascia del tutto indifferenti. Il dolore lo si prova davvero e facciamo bene a non anestetizzarlo. E’ espressione di un legame e di una rete di relazioni che generano empatia con chi ne è colpito.

Non proviamo ad andare troppo presto oltre il dolore. La sofferenza ci aiuta a fare i conti con le cose difficili da capire. Cerchiamo di evitare facili e veloci spiegazioni del motivo per cui soffriamo. Qualcuno ha provato a spiegare questa tragedia come una punizione per il nostro Paese, che permette la presenza di così tanti stranieri. Un prete della zona 9 ha spiegato che questa tragedia è occorsa perché anche Dio, ogni tanto, si distrae. Sapete perché non dobbiamo cercare facili e repentine spiegazioni dinanzi alle tragedie? Perché Dio stesso non dà spiegazioni facili e banali.

Nella Bibbia leggiamo di un uomo ricco e buono che senza aver fatto cose terribilmente cattive è colpito da accadimenti terribili. Perde i suoi figli, i suoi beni e infine la sua salute. Nel libro di Giobbe, che narra di questo, troviamo alcune delle sue suppliche rivolte a Dio. Non sono preghiere formali e di circostanza. Giobbe è disperato e si rivolge a Dio pieno d’interrogativi: “nell’angoscia del mio spirito io parlerò, mi lamenterò nell’amarezza dell’anima mia.” Egli non capisce e non accetta perché Dio permette che gli crolli il mondo addosso in una sequela terrificante. Vuole che Dio gli dia delle spiegazioni.

Alla fine Dio replica a Giobbe e fa il Suo più lungo discorso che possiamo leggere in tutta la Bibbia. E’ un discorso straordinario. Una splendida poesia. Egli parla, ad esempio, delle capre selvatiche, delle ostriche, dei cavalli selvaggi, delle aquile, dei coccodrilli, delle cose straordinarie del suo creato. E non dice nulla sul problema della sofferenza di Giobbe. Non prova a rispondere alle sue domande, come a voler dire: “Giobbe, non cercare di capire ora ciò che ti è impossibile. Guarda come ho speso il mio tempo nel provvedere a questo mondo, e ora che cosa hai da rimproverarmi? Per quali cose vuoi mettermi sotto accusa?” Dio descrive la grandezza e bellezza dell’universo che ha creato e Giobbe infine non può che replicare: “Non ne avevo idea, io non capivo realmente le cose che ti dicevo. Mi pento sulla polvere e sulla cenere.” Il libro di Giobbe si chiude con un epilogo inaspettato che qui non riveliamo. Nel suo dolore indicibile leggiamo che Giobbe era consolato da tre amici, tre intellettuali con la presunzione di potergli spiegare le ragioni nascoste per così tale e tanta sofferenza. Ebbene, alla fine Dio congeda questi tre pseudo consolatori dicendo a Giobbe: “non ascolterò le loro preghiere”.

Quando siamo disperati e confusi possiamo interrogare Dio come fa Giobbe. Egli non sente il nostro dolore come una minaccia. E’ disposto e pronto a farlo proprio. Dio può anche darci le parole per esprimere nel dolore i nostri sentimenti. Forse il tuo dolore è simile a quello seguito alla strage degli infanti perpetrata da Erode ed espresso con queste parole: “si è udita una voce a Rama, un lamento, un pianto amaro; Rachele piange i suoi figli; lei rifiuta di esser consolata dei suoi figli, perché non sono più”. (Geremia 31:15)

Nel Vangelo troviamo la storia di un uomo che ha sofferto ancor più di Giobbe, questi è Gesù il Figlio di Dio. Il modo migliore per capire come si sente Dio o dov’è Dio, quando c’è sofferenza, è di guardare alla vita di Gesù. In lui abbiamo un modello di come Dio si sente dinanzi alla sofferenza e alla morte. Come sono i tempi quando Gesù viene in terra? Il vicinato era quieto e pacifico come di solito a Niguarda? No, tutto il popolo è nella sofferenza e piange mentre Erode semina morte e dolore. La storia di Natale è anche una storia della vita reale fatta di quotidiana violenza e di morte.

Alla fine della storia Dio perderà suo Figlio. Egli sa cosa vuol dire perdere un figlio. Noi sappiamo come si sente Dio anche nei confronti di quello che è successo a Niguarda, perché Lui ci ha dato un volto, quello di Gesù, segnato da lacrime. La frase più breve della Bibbia è: “Gesù pianse.” (Giovanni 11:35). Per tre volte nei vangeli vediamo Gesù piangere. La prima quando il suo amico Lazzaro muore. L’amore e il dolore convergono nella circostanza. La seconda quando Gesù piange sulla città di Gerusalemme sapendo che 40 anni più tardi i Romani l’avrebbero conquistata e demolita, e disse: “Gerusalemme, Gerusalemme…. Se solo potessi tenerti sotto la mia ala come una mamma chioccia fa con i suoi piccoli.”

Perché Gesù parla della chioccia? Le parole di Gesù non sono mai a caso: un contadino sa tutto sulla chioccia. Si narra la storia di un contadino il cui fienile prende fuoco. Dopo l’incendio, il contadino entra e trova il corpo della chioccia carbonizzato. A quel punto capisce che tutto è perduto. Ma quando si sposta, una nidiata di pulcini esce da sotto la chioccia, correndo. La madre li aveva protetti dal fuoco. Gesù sta così dicendo a Gerusalemme: “se solo potessi proteggerti da questo.”

Infine Gesù piange quando è Lui stesso a provare dolore. Gesù non dice: “Ok ragazzi, ora vedrete un esempio di come si gestisce il dolore”. No. Gesù ha sofferto nel modo in cui soffriamo noi, in modo autentico e con la piena consapevolezza di ciò che la sofferenza e la morte avrebbero comportato per lui. Sino al punto che Gesù chiede al Padre: “Padre mio, se è possibile, passi oltre da me questo calice”. Gesù nella morte sente anche l’abbandono del Padre (dovuto al fatto che Egli si era caricato del nostro peccato): “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?” Quando viene arrestato Gesù afferma: “potrei chiamare una legione di angeli che vengano qui a salvarmi” ma non l’ha fatto. Dio risponde non eliminando il dolore, ma unendosi a noi nel nostro dolore, dando suo Figlio per noi tutti. Il corpo risorto di Gesù porta ancora le cicatrici della sofferenza e della morte nelle sue mani e nel suo costato, come ebbe modo di costatare il discepolo Tommaso.

Forse ti stai chiedendo: “Se Dio non è distratto e se Dio è giusto, allora perché ha permesso a quell’uomo di vagare per Via Adriatico, Piazza Belloveso e Via Monterotondo con un piccone?”. Noi sappiamo che il nostro Dio non dorme e non sonnecchia. Noi non abbiamo la spiegazione per questa tragedia, ma sappiamo che Dio non lascia il peccato impunito e nella sua santa ira, che non tiene il colpevole per innocente, un giorno renderà piena giustizia di tutta la sofferenza di cui è piena la terra.

Una tragedia ebbe luogo al tempo di Gesù. Durante la costruzione di un edificio vicino a Gerusalemme 18 persone rimangono uccise dal crollo di una torre. E’ stato un evento inspiegabile, ma molti saccenti provarono a farsene una ragione e ad interpellare Gesù in merito. La sua risposta fu che non era successo perché quelle persone fossero più colpevoli di altri abitanti di Gerusalemme. Gesù non cerca di spiegare il perchè dell’accaduto, ma rivolgendosi ai suoi interlocutori li sfida così: “se non vi ravvedete, perirete tutti allo stesso modo” (Luca 13: 4-5).

L’uomo esige a tutti i costi una spiegazione logica al perché della sofferenza umana, anche a costo di mettere Dio alla sbarra! Dio ci chiede di guardare alla sofferenza di Gesù Cristo che pone fine alla nostra, se non qui ed ora un giorno in via definitiva, quando al suo ritorno farà giustizia di tutta la sofferenza umana mediante il suo giusto giudizio.

Questo mondo e noi tutti non siamo in balia di eventi casuali funesti, ma bensì nelle mani di un Dio saggio, giusto e amorevole che li governa. La fede in Dio non vuole né impedire né attenuare la portata e gli effetti e della sofferenza e della morte, ma piuttosto accogliere la sua promessa che nella sua giustizia Egli ha posto ad esse un limite invalicabile. Nel momento deciso da Dio esse faranno posto alla gioia senza fine di essere per sempre alla sua presenza.

Se nella città degli uomini vi è sofferenza e morte, in quella di Dio a venire non vi sarà posto per esse! (Apocalisse 21-22).