“Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo… fino alla piena redenzione di quelli che Dio si è acquistati a lode della sua gloria.”

Nel testo originale greco i versi dal 3 al 14 sono scritti in modo da formare un’unica proposizione priva di punteggiatura, paragonabile ad una musica in crescendo e a un fiume in piena che si riversa a valle con tutta la sua forza e il suo fragore. Facciamo bene anche noi a leggerle tutte d’un fiato in modo da cogliere la forza propulsiva, dirompente delle parole dell’apostolo che amiamo qui definire il suo canto di riconoscenza a Dio.

L’oggetto della lode di Paolo non è un essere indefinito di qualche tipo, ma “il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo“. Per il popolo di Dio, per Gesù e per Paolo non ci sono dubbi che il solo e vero Dio degno di lode è il Dio che si dà a conoscere nella rivelazione biblica.

Come ricorda Gesù alla samaritana e Paolo agli ateniesi, non si può adorare un dio che non si conosce né uno qualsiasi tanto per appagare la nostra verve religiosa.

Il Dio che Paolo celebra è un essere personale morale ben definito e non una forza o una entità impersonale. Egli infatti è stato capace di formulare in se stesso un disegno espressione di una volontà deliberata e precisa. Paolo lo definisce “benevolo” questo disegno perché ha un carattere e un fine salvifico che concerne chiunque crede, un disegno che Dio ha concepito sin dall’eternità e che Gesù ha attuato in un determinato momento storico.

Sia nella sua progettazione che nella sua realizzazione Dio non ha avuto bisogno di alcun supporto o benestare da parte degli uomini, in quanto ha deliberato e agito esclusivamente sotto l’impulso del suo volere eterno. Lo strumento idoneo nel portare a termine un tale progetto salvifico è stata la persona e l’opera di Gesù Cristo. Infatti possiamo notare quante volte Paolo fa ricorso all’espressione “in lui” cioè in Cristo.

Leggi Efesini 1,3-14