per i destinatari delle sue lettere è una significativa consuetudine e non qualcosa di formale; tant’è che solo in una lettera, quella ai Galati, essa non è esplicitamente formulata. Un’assenza che si spiega con la particolare situazione biasimevole in cui si venivano a trovare quei cristiani, ma resta significativo il fatto che lo scritto loro indirizzato si chiude con la parola “Amen”, un’asserzione che normalmente chiude la preghiera cristiana e forse vuole chiudere la lunga supplica di Paolo a pro dei cristiani della Galazia (4,19-20).

Nel caso degli Efesini Paolo ringrazia Dio per la loro fede in Gesù e per il loro amore verso tutta la fratellanza – cose queste di cui è venuto a sapere da fonti informate e affidabili – prima ancora di formulare qualche tipo di richiesta in loro favore. Paolo è impressionato favorevolmente dalla fede e dalla condotta degli Efesini, ma sa che non si può vivere di rendita e non ci si può cullare sugli allori. Non sono solo i deboli e gl’incerti ad aver bisogno della sua preghiera ma anche i forti e i maturi.

Questa la ragione per cui Paolo prega che essi possano crescere nella conoscenza del loro Dio, nella speranza cristiana e certi dell’eredità spirituale che condividono con altri cristiani. Inoltre che essi possano fare l’esperienza della potenza di Dio nella loro vita. Una potenza che Dio ha già dispiegata nel riportare in vita Cristo e nel farlo sedere alla sua destra nel cielo in una posizione di assoluta supremazia e di grande onore e potenza.

Tutto è stato dal Padre sottomesso al Figlio, ogni potenza e autorità presenti e future e la stessa chiesa di cui Cristo è il Capo supremo e suo coronamento.

Leggi Efesini 1, 15-23