Paolo scrive a dei cristiani che non sono nati tali nè lo sono divenuti a loro insaputa o per scelta altrui. Sono persone che per natura Paolo definisce “figli d’ira“, cioè figli in rivolta di un Dio adirato per questo. La loro condizione morale e spirituale non era niente di meno tragico e definitivo di una vera e propria morte.

Morti sia nei loro pensieri che nelle loro azioni quotidiane. In modo cosciente e responsabile essi erano al seguito di quel principe dell’aria e di quello spirito ribelle che è satana, il quale aveva gioco facile su di loro, in quanto i loro desideri e le loro voglie erano suscettibili al suo fascino diabolico.

La loro condizione spirituale reale è descritta da Paolo come una morte in quei peccati che così segnavano la loro vita, la quale non era affatto dissimile da quella degli altri uomini, Paolo incluso. Egli infatti non si tira fuori dal mucchio e nello scrivere fa uso del pronome personale “noi“.

L’apostolo non si diverte nel ricordare loro ciò che sono stati, ma lo fa per ricordargli ciò che ha determinato l’uscita da quello stato di morte assoluta. È accaduto qualcosa di straordinario e di inimmaginabile a prescindere da loro e nonostante la loro condizione data, nella quale erano perfettamente e coscientemente a loro agio.

C’è stato qualcosa che non gli era dovuta ma che pure gli viene donata, di cosa si è trattato se non della manifestazione in loro favore di quella che Paolo chiama la ricca misericordia di Dio?

Leggi Efesini 2,1-10