è una gioiosa comune constatazione prima che un imperativo personale. Paolo si rivolge a cristiani che hanno fatto nella loro vita l’esperienza del perdono di Dio in seguito alla confessione del peccato che li rendeva a tutti gli effetti dei morti viventi. A motivo della ricca misericordia di Dio manifestava a loro favore ora sono vivi e non più morti. Vivi a motivo della grazia di Dio, mentre ieri erano morti in ragione della loro ribellione e della loro libera sottomissione a satana che li soggiogava con il loro consenso.

Il favore immeritato di Dio è frutto del suo “grande” amore con il quale li ha amati, anche quando in loro non vi era nulla che li rendesse amabili agli occhi di Dio, né li rendesse capaci di tirarsi fuori da soli da quello stato di morte spirituale.

Paolo ci tiene a sottolineare che la salvezza è per grazia di Dio e mediante la sola fede – la quale è un dono di Dio e non una nostra acquisizione – in Gesù Cristo suo Figlio; per nessuna ragione essa gli è conferita sulla scorta di qualcosa di buono e accettevole si potesse trovare in loro.

Le buone opere per Paolo non sono la condizione sine qua non per ottenere la salvezza ma la sua necessaria scaturigine, esse non costituiscono meriti da poter accampare dinanzi a Dio ma sono l’espressione concreta di quella risurrezione spirituale che è resa possibile in Gesù Cristo.

Le buone opere, così come la fede, sono un dono da praticare e che Dio ha innanzi preparato per coloro che così sono “creati in Cristo Gesù”, cioè ricreati a motivo di Cristo e a immagine e somiglianza sua, e a sola lode e gloria di Dio.

Leggi Efesini 2,1-10