Paolo, dopo una lunga parentesi, riprende il discorso lì dove lo aveva interrotto per esprimere il bisogno, quale prigioniero di Cristo al servizio degli Efesini e non solo, di piegare le sue ginocchia davanti a Dio e formulare una volta ancora una preghiera specifica per i suoi lettori.

Paolo vive la preghiera come un’espressione del suo servizio a Cristo, a pro della sua chiesa, e della sua sottomissione a Dio Padre. Pieg(are) le ginocchia davanti al Padre è la sola postura che si addice alla preghiera dell’apostolo di Cristo! Non ci si può presentare al Padre in altro modo che sulle ginocchia del cuore!

Troppa preghiera altrimenti finirebbe per essere una mera sommatoria dei nostri insaziabili bisogni a cui Dio dovrà necessariamente accondiscendere! Pregare per Paolo è prima di tutto umiliarsi dinanzi a Dio e riconoscere le sue prerogative divine.

Nella sua intercessione Paolo fa spesso riferimento alla dimensione interiore e non esteriore delle persone per cui prega; egli parla dell’uomo interiore nel cui cuore Cristo deve abitare per la fede e della potenza di Dio che opera interiormente in coloro che credono.

Anche questa sottolineatura in Paolo della dimensione interiore dell’uomo stride non poco con molta preghiera troppo focalizzata sugli elementi esteriori e sulla ricerca del solo benessere psico-fisico della persona.

Leggi Efesini 3,14-21