La preghiera che Gesú insegna ai suoi discepoli si apre con una invocazione che é altresí il riconoscimento di una relazione paterna: “Padre nostro”.

Non si tratta di qualcosa di fittizio o di ricercato in modo unilaterale da parte dell’orante. No, essa é una relazione con Dio che ha un duplice fondamento del tipo a) Creatore-creatura e b) Salvatore-peccatore. Colui che prega lo fa a partire dal riconoscimento di una paternitá divina duplice, la prima porta a riconoscere che siamo stati creati a immagine e somiglianza di Dio, la seconda a riconoscere in Dio il nostro Salvatore nella persona di suo Figlio Gesú Cristo.

In lui, per grazia di Dio e mediante la fede in Gesú abbiamo il perdono dei nostri peccati e l’adozione quali figli nella sua famiglia con ció che ne consegue, cioé il bene presente e l’ereditá spirituale futura.

Non é possibile pregare la preghiera insegnata da Gesú senza questo duplice riconoscimento preliminare. Perché é solo sulla base di un tale rapporto, che riveste un carattere giuridico, che noi possiamo pregare Dio chiamandolo papá, Abba Padre!

Chi prega senza riconoscere questo é una sorta di abusivo della preghiera perché millanta un rapporto che non intrattiene e che rinnega nei pensieri e nei fatti.

Viceversa, colui che riconosce in Dio il suo Padre celeste e il suo Salvatore in Gesú Cristo ha il diritto-dovere di agire da figlio e di invocarne la presenza e l’aiuto in ogni frangente della sua esistenza umana. E di poterlo fare senza intermediari umani di qualche tipo!

Inoltre si tratta di riconoscere che si tratta di una relazione con Dio condivisa con altri della medesima famiglia spirituale. Gesú insegna a dire “Padre nostro” e non “Padre mio”. Solo Gesú poteva vantare una simile relazione con il suo Padre celeste! Il cristiano che prega si rivolge a Dio consapevole di non essere un figlio unico, ma di avere fratelli e sorelle in tutto il mondo insieme ai quali prega il Padre usando il pronome personale al plurale: “Padre nostro”.