Il terzo comandamento é forse il meno conosciuto e il più disatteso, in una cultura ove il nome di Dio è sulla bocca di molti ma lontano dal loro cuore, cioè dalle loro vere intenzioni, solo nominalmente cristiana, in cui nominare il nome di Dio ha luogo per ragioni diverse dalla ricerca della sua gloria e costituisce una pratica tanto diffusa quanto scaramantica.

La bestemmia rappresenta un intercalare esecrabile presente nell’interloquire di molti, apparentemente ignari di una legge (quella italiana) che la condanna quando è pronunciata a voce alta e in pubblico; cosa questa che avviene spesso in luoghi ove é presente, per loro stessa volontà e convinzione, il simbolo cristiano per eccellenza, il crocifisso!

Il comandamento in questione, ovviamente, condanna la crassa bestemmia, ma in particolare intende scoraggiare l’utilizzo e il richiamo del nome di Dio, in faccende nostre che lo vedono assente dal principio alla fine, che il più delle volte avrebbe di mira la salvaguardia di noi stessi e dei nostri interessi, e non certo la ricerca della gloria e dell’onore di Dio.

Ma come si potrà mai onorare un Dio di cui non si conosce nulla e alla cui benevolenza ci si sottrae del continuo, temendolo e non amandolo? Molti hanno un concetto di Dio che non trova alcuna legittimazione nelle Sacre Scritture, ma é solo il frutto di una spiritualità nella quale Dio é percepito come un nemico pronto a sanzionare ogni nostra cattiva azione e che bisogna ingraziarsi con buone azioni e la mediazione di santi e madonne.

Al contrario, il Dio della Bibbia non possiamo farcelo amico riempiendoci la bocca del suo nome, ma riconoscendo il nostro peccato e il nostro bisogno della sua grazia e del suo perdono, di cui Egli fa dono a tutti coloro che pongono la loro unica speranza di salvezza nella persona di suo Figlio, Gesù Cristo, il quale ci ha procurato una salvezza eterna e ci ha riconciliati a quel Dio che per natura siamo ribelli ed ostili.

Ma anche per i veri cristiani resta il rischio di una spiritualità fatta di parole ma priva di fatti, così intima e familiare con Dio da far smarrire il senso della sua alterità e dignità divine. In una circostanza, richiamando le parole del profeta Isaia, Gesù ebbe a dire:

“Questo popolo mi onora con le labbra, ma il loro cuore é lontano da me. Invano mi rendono il loro culto, insegnando dottrine che sono precetti d’uomini” (Vangelo s. Matteo 15:8-9)